Promuovere l'alternanza delle lingue

Di Famworld
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04/05/23
Promuovere l'alternanza delle lingue

Promuovere l'alternanza linguistica

L'insegnamento delle “discipline cosiddette non linguistiche” nell'ambito delle sezioni bilingui ha le sue specificità. Richiede la creazione di una didattica propria e che preveda in particolare l'alternanza linguistica.

Abbiamo subito capito che non potevamo modellare l'insegnamento del francese come lingua straniera o seconda lingua su quello della lingua madre francese così come è praticato in Francia. Allo stesso modo, saranno accolti i meriti di specifiche strategie didattiche per l'insegnamento delle materie non linguistiche nelle “sezioni bilingue”.

L'insegnamento bilingue non può essere ridotto alla somma di due insegnamenti monolingui, il che farebbe perdere gran parte dei benefici linguistici e tutti i benefici culturali e conoscitivi disciplinari. L'insegnamento è veramente bilingue se viene affrontato in due lingue per tutte le materie e a priori in ogni momento.

Fin dall'inizio verranno eliminate le pratiche pedagogiche che traducono sistematicamente in lingua 2 i programmi e i contenuti della lingua 1: perché "fare" in lingua 2 le lezioni di storia, biologia o chimica dei libri di testo della lingua 1 è al massimo surreale, artificioso e demotivante, nel peggiore dei casi scoraggiante e pericoloso.

I discorsi scolastici nazionali sono infatti sempre molto “culturalizzati”, e quindi spesso intraducibili, anche se è necessario che gli alunni li conoscano. I docenti del DdNL, invece, salvo casi particolari, potrebbero non avere una padronanza sufficiente della lingua 2 per sostenere continuativamente un discorso in lingua straniera – non è il loro mestiere, e questo avrebbe sicuramente effetti negativi sull'apprendimento della disciplina.

In concreto, quando si è docenti di una disciplina, sembra naturale e opportuno porre come obiettivo primario l'insegnamento della propria disciplina, e quindi impegnarsi, attraverso l'insegnamento bilingue, a cercare prioritariamente di migliorare la insegnamento/apprendimento dei concetti della sua materia, al fine, in secondo luogo, di mirare a benefici linguistici e promuovere, infine, aperture culturali. È quando si hanno chiari gli obiettivi prefissati e la loro gerarchia che si può iniziare a individuare e definire specifiche didattiche, a tracciare i contorni di una nuova professione, o più precisamente di una specializzazione all'interno della tradizionale professione di insegnante di una disciplina.

Crea un corso bilingue

L'idea centrale qui sostenuta è che l'insegnante della sezione bilingue debba impegnarsi a costruire un corso nuovo, originale, singolare, bilingue, che colleghi i programmi e i contenuti dei manuali di lingua 1 con quelli di lingua 2, che incroci le metodologie e metta in pratica l'alternanza linguistica: questi servono sia come modi originali di esprimere concetti e una cultura e, inoltre, come mezzi per comunicarli. Questa strategia mira sia a obiettivi disciplinari, ma anche linguistici e culturali.

Metodologie di collegamento

Non meno utile e istruttivo è il confronto tra le metodologie utilizzate nei rispettivi manuali di ciascuno dei due linguaggi: si possono osservare i modi, spesso molto diversi, di accostarsi a nozioni e concetti disciplinari, privilegiando talvolta logiche induttive, costruttiviste, incentrate su osservazioni, analisi di documenti, esperimenti, sondaggi, a volte approcci più pragmatici, comportamentisti, più centrati sulla memoria e sull'enciclopedia... Ma anche qui queste analisi non si improvvisano e vanno fatte durante la formazione .

Possiamo distinguere tre tipi di alternanza linguistica nell'interrelazione

– una macroalternanza, di carattere strutturale, che riguarda la programmazione generale dei corsi;

– l'alternanza sequenziale, una sorta di meso-alternanza, senza dubbio la più difficile da padroneggiare, che si svolge lungo tutta l'unità didattica;

– microalternanza, che si riferisce a brevi passaggi da una lingua all'altra. La prima e la terza alternanza sono state spesso descritte (Cavalli 2007, Causa 2007). La seconda, invece, che riguarda ciò che effettivamente accade durante il corso, nella pratica quotidiana, ha ricevuto poco commento perché è difficile da padroneggiare e richiede allenamento. Ognuno fa quello che può nella propria classe, in modo un po' empirico: spesso è molto efficace, ma a volte meno; ci siamo nel fai-da-te, nel trial and error sperimentale.

La macro-alternanza

Programmata, pianificata in anticipo, la macroalternanza consiste nello scegliere, in un'educazione bilingue, le materie, i temi che saranno principalmente trattati in lingua 1 o in lingua 2. Principalmente, in modo dominante, ma non del tutto, non esclusivamente. Questa è la differenza con l'immersione, con corsi interamente svolti in lingua 1 o lingua 2, come spesso accade.

I criteri di distribuzione dei programmi possono essere di ordine concettuale o metodologico, a seconda della presunta difficoltà dell'argomento da trattare o delle risorse documentarie disponibili. Ma c'è sempre questa idea che la macroalternanza debba essere pianificata in anticipo, con tutto ciò che questo comporta in termini di preparativi ed eventuali collaborazioni con altri colleghi, in particolare l'insegnante di lingua 2.

La microalternanza

Durante il corso tenuto e strutturato prevalentemente in una delle due lingue, saltuariamente verrà utilizzata l'altra lingua. A differenza della macroalternanza, che è programmata e strutturale, la microalternanza è non programmabile e temporanea. È un fenomeno naturale, che deve essere dominato e può assumere diverse forme: distingueremo in particolare una micro-alternanza di riformulazione, una micro-alternanza di tipo metalinguistico ed infine una micro-alternanza nelle interazioni, tesa a mantenere la comunicazione essenziale.

L'opera centrale di esposizione e trattazione del tema

Un'alternanza linguistica tra due lingue è auspicabile per i testi, ma anche per grafici, mappe, diagrammi o statistiche, presentando e lavorando ovviamente su ogni documento nella sua lingua originale, senza tradurlo.

Se il lavoro richiede osservazioni, esperimenti, misurazioni, cercheremo di condurli anche nell'una o nell'altra lingua, ma senza avere la preoccupazione di “rendere conto” di nulla, di rispettare parzialità illusorie. L'idea qui è quella di cercare complementarità, chiarimenti, aperture, voci diverse che possano aiutare l'apprendimento. Possiamo creare un doppio lessico di termini specifici, una sorta di elenco di parole chiave (ad esempio sotto forma di riquadro nel corso).

Le conclusioni intermedie, i riassunti e le sintesi finali, i teoremi, le leggi, le regole e gli assiomi, devono essere formulati in entrambe le lingue, oralmente e per iscritto, con l'ausilio sistematico dei libri di testo utilizzati in L1 e L2. Le forme linguistiche sono infatti spesso diverse nelle due lingue e lontane dalle traduzioni letterali. È utile lavorare e conservare entrambe le formulazioni per favorire la memorizzazione e la concettualizzazione.

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